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Oggi: 05/09/2010

PROLUSIONE

in occasione dell'inaugurazione della Libera Accademia delle Lingue Europee ed Orientali (LALEO)

(Santa Severina, 22 dicembre 2000)

di Serafino Parisifoto di Don Serafino Parisi

Signore e Signori,

La dichiarazione degli intenti dei promotori dell'odierna iniziativa unitamente all'indicazione delle finalità della Libera Accademia delle Lingue Europee ed Orientali che - con questo atto solenne - oggi nasce a Santa Severina, impongono una riflessione ampia su tutti gli elementi che in essa confluiscono e che da essa si diramano, a partire dallo studio delle lingue, delle culture da queste mediate, dei rapporti tra persone e popoli di usi, consuetudini, tradizioni e mentalità diverse, per giungere alla considerazione del senso delle singole identità e dei rischi - qualora vi fossero - derivanti dall'incontro inter-culturale.

Il titolo scelto Lingua e cultura di un popolo: il problema della identità e dell'apertura, intende racchiudere la totalità delle questioni finora evocate e congiuntamente vuole indicare l'orizzonte ampio, e al tempo stesso variegato e complesso, prodotto dalla collisione dei fattori che si collocano sulla stessa rotta e dalla rifrazione delle varie luci che chiedono di brillare nello spazio alquanto ristretto di una relazione.

Le due parti del titolo attestano la complessità della trattazione e la molteplicità delle implicazioni. La prima parte, infatti, «Lingua e cultura di un popolo», risulterebbe ovvia e scontata se si assimilasse - in modo indistinto ed indiscriminato - la lingua di un popolo con la sua cultura. È evidente, invece, che questa "confusione" non esclude microscopiche e macroscopiche difficoltà, alle quali bisogna far cenno. La seconda parte, «il problema della identità e dell'apertura», vuole mettere a tema il contrasto, apparentemente conflittuale e contraddittorio, che si ingaggia tra le peculiarità e le connotazioni della identità e le caratteristiche e le esigenze dell'incontro. Sono davvero nozioni inconciliabili, come quelle del particolarismo e dell'universalismo che evocano? Si tratta davvero di un baratro incolmabile?

1. Dovendo presentare una Accademia per lo studio delle Lingue, il nostro punto di partenza non può che essere costituito proprio da quel sistema di suoni, parole, regole grammaticali e sintattiche, insomma da quel "codice" per mezzo del quale i membri di una comunità parlano, scrivono e, dunque, comunicano. De Saussure ne parla in questi termini: «Per noi [la lingua] non si confonde col linguaggio; essa non ne è che una determinata parte, quantunque, è vero, essenziale. Essa è al tempo stesso un prodotto sociale della facoltà del linguaggio ed un insieme di convenzioni necessarie, adottate dal corpo sociale per consentire l'esercizio di questa facoltà negli individui».

Questa classica definizione interpreta e propone in modo chiaro il legame tra un idioma e la comunità che lo usa. La lingua, infatti, è parte del patrimonio di un popolo. Ci riferiamo in questo momento alla lingua "ufficiale", lasciando da parte il problema legato alle parlate locali, evitando volutamente di riflettere sul «principio di isolamento» della lingua.

Noi qui poniamo l'attenzione sul fatto che la lingua contribuisce all'individuazione e alla definizione della identità di un popolo. Parlare un'unica lingua significa esprimere una "appartenenza". A partire da questo dato che sarà ulteriormente precisato, ci chiediamo quale sia il grado di penetrabilità e di permeabilità della lingua di un determinato popolo, quando questo viene a contatto con la lingua di un altro popolo. Tale interrogativo può essere reso anche invertendo l'ordine degli elementi: che possibilità reale c'è di entrare in contatto con un popolo che parla una lingua, quando l'accostamento è realizzato da un altro popolo che parla la propria lingua?

A queste domande ve ne sono collegate altre, come quella che ci fa chiedere se può una lingua bastare a se stessa; e, l'altra, relativa alla possibilità dell'individuazione, finalizzata all'utilizzazione concreta, di un codice "unico" e "univoco", vale a dire, che sia uno e che possa essere interpretato in un solo modo.

A tale proposito va detto che l'idea di una lingua universale è una utopia. Come pensare a espressioni immutabili, assolute, valide ovunque, sempre e comunque, in grado di affrancarci dalla babilonica confusione delle lingue? L'invenzione e l'imposizione di una koinè glossa, oltre che impossibile, la immaginiamo orrenda! Pensiamo ai tentativi dell'Esperanto o dell'Europanto. Sono ibridi in ogni senso e, a nostro parere, anche dal punto di vista dell'efficacia.

Per non parlare di quanto è accaduto, sulla base di documentazione letteraria giunta fino a noi, nell'antichità. Pensiamo alla pianificazione - ad opera di Alessandro Magno - della diffusione della cultura greca nel Vicino Oriente Antico, attraverso l'imposizione del greco, definito poi koinè dialektos, per le contaminazioni subite. Si è trattato di una "globalizzazione culturale" ante litteram, che ha certamente arricchito le popolazioni conquistate manu militari, ma che ha anche limitato - se non addirittura impedito - lo sviluppo autonomo delle tradizioni culturali autoctone. Come non considerare poi la persuasione - divenuta punto di abbrivo assai discutibile se presa nella sua assolutizzazione - della superiorità culturale della loro civiltà. Precisiamo, anche se è superfluo dirlo, che non si tratta in tal senso del vaneggiamento legato al mito della razza, ma solo della grandezza - ritenuta ineguagliabile - della cultura ellenica.

Questo, dunque, è l'interrogativo di fondo, significativo anche per la nostra riflessione: l'imposizione di una cultura "altra" ha sempre favorito o piuttosto ha mortificato le peculiarità culturali e religiose di un popolo indigeno sottomesso prima militarmente e poi culturalmente?

Le vicende storiche accadute nell'antichità - ma non solo queste - ci portano a riflettere sul ruolo svolto dalle colonizzazioni e dalle dominazioni nei processi culturali dei popoli. Quante modificazioni, o trasformazioni, o rivoluzioni, o appiattimenti sono avvenuti nella vita - anche culturale - di una popolazione per mezzo della imposizione prima della lingua e poi, di conseguenza, delle leggi, dei modelli, della cultura dei vincitori! Le generalizzazioni sono nemiche della chiarezza, perché mortificano particolari a volte preziosi. Detto questo, a mo' di esempio a noi vicino, precisiamo che la cultura greca della madre patria, ha indubbiamente portato uno sviluppo in Magna Grecia, ha certamente prodotto una crescita delle popolazioni della fascia jonica e non solo di queste; ma al tempo stesso avrà senz'altro anche represso, o almeno mortificato, la crescita delle "produzioni" culturali locali: è l'altra faccia della medaglia.

Alla luce di queste considerazioni che andrebbero maggiormente approfondite e comprese in tutte le implicazioni, ci pare di poter dire che si impone una trasformazione, per alcuni versi già in atto: se nel passato anche recente la coscienza della grandezza della propria identità e del proprio patrimonio culturale ha portato alla "imposizione" programmata della propria cultura nei confronti di un popolo ritenuto incolto, incivile, non evoluto, oggi, l'autostima culturale e la prova della grandezza della cultura di appartenenza o di provenienza, si rendono manifeste nel rispetto e nella salvaguardia del patrimonio culturale indigeno o di approdo. Si dovrà attuare una strategia della proposta delle proprie acquisizioni e conquiste culturali, e non una tattica di imposizione livellante e con finalità di omologazione. È questo uno dei tanti aspetti critici della "globalizzazione": quello costituito dal pericolo di una egemonia delle nazioni potenti nei confronti di quelle deboli. Una sfida del nostro tempo è quella del blocco dei processi di omogeneizzazione globale che impediscono una vita autonoma e lo sviluppo delle peculiari inclinazioni anche alle cosiddette minoranze. È necessario riconoscere la diversità e la complementarietà delle ricchezze culturali, perché possono arricchire anche la nostra esperienza.

In tal senso, il recupero della identità non può essere inteso come azzeramento, ma come occasione per la scoperta e per il dialogo fecondo tra le culture. L’identità non può essere intesa come un muro, ma come una porta, non come chiusura, ma come apertura. Così la "diversità" da potenziale antagonismo può divenire sorgente di arricchimento reciproco e di crescita.

Il dialogo paziente, la conoscenza della storia, l’approfondimento delle ragioni di un’altra cultura e - aggiungerei - di un’altra fede, impediscono reazioni tattiche, o emotive, o cieche. Nelle recenti polemiche evocate dai mass-media in riferimento al tema dell’immigrazione colto più come problema che come fenomeno da capire e da valorizzare, ci riteniamo fortunati per il fatto di poterci cattolicamente riferire al pensiero del papa che, nel nell’ambito del delicato dialogo interreligioso nel messaggio del 27 novembre 2000 per il XXX anniversario della Fondazione della Conferenza Mondiale delle Religioni per la pace - afferma: «Promuovere il dialogo significa creare vincoli di amicizia fra i popoli. Significa stringere nuovi legami fra i gruppi e insegnare la comprensione e il rispetto fra i seguaci delle varie tradizioni religiose». E poi, riprendendo il suo messaggio ai partecipanti dell’Assemblea interreligiosa svoltasi in Vaticano nell’ottobre del 1999, continua: «La collaborazione fra le diverse religioni deve fondarsi sul rifiuto del fanatismo, dell’estremismo e dei reciproci antagonismi che conducono alla violenza. Siamo tutti consapevoli dell’importanza dell’istruzione come mezzo per promuovere la reciproca comprensione, la cooperazione e il rispetto». Queste parole che possono essere applicate pure al dialogo interculturale, indicano la pista da seguire anche quando una preoccupazione legittima per il crollo della identità cristiana in Italia, si presta - nella formulazione - a strumentalizzazioni giornalistiche. Il problema della nostra identità cristiana - se mi è concesso un inciso - ma si può dire che il problema della singole identità va risolto ad intra, recuperando in formazione seria e testimonianza autentica, anziché primariamente o esclusivamente ad extra.

La necessaria, previa ed approfondita conoscenza della cultura dell'altro non intimorirà colui che ha coscienza della ricchezza del proprio patrimonio e della propria identità. Si tratta di un arricchimento reciproco che nasce dalle singole identità e che ne valorizza le peculiarità e gli apporti originali. Il dialogo, nel rispetto delle identità, diventa incontro, scambio, osmosi tra due popoli, tra due sistemi, tra due mondi.

2. Ma accennavamo al legame tra la lingua e la cultura di un popolo. In tal senso non c'è osservazione più immediata di questa: ogni cultura è mediata da una lingua. Eppure questa affermazione ha portato i linguisti a collocarsi su posizioni diverse. Il problema non nasce dal fatto che la lingua tramanda una cultura, ma che la cultura possa essere "condizionata" dalla lingua nella quale viene espressa. La lingua, non solo esprimerebbe una visione della realtà, ma la imporrebbe, giacché ogni lingua fornirebbe delle categorie entro le quali si incanala il pensiero di chi parla o scrive usando quella determinata lingua.

Ma c'è chi giudica queste posizioni come estremiste e afferma che la teoria secondo la quale a differenze di struttura linguistica corrisponda una diversa struttura di pensiero sia contraddetta dai fatti. Non è questa la sede per affrontare un argomento di per sé decisivo. Qui si è scelto solo di fare un accenno affinché si comprenda che il terreno è minato e che le conseguenze sul piano del dialogo sono delicate, per usare un benevolo eufemismo. Se veramente ogni lingua costituisse un rigido e obbligatorio condizionamento, bisognerebbe concludere che ogni tentativo di incontro con un altro popolo sarebbe impossibile e al tempo stesso verrebbe svalutata alla radice ogni attività di trasformazione linguistica. Ogni lingua è come una lente che filtra la realtà; dall'altra parte, nessuna lingua ha la capacità di circoscrivere rigidamente il modo di pensare e di sentire.

Consci di questa problematica noi vogliamo considerare la lingua come punto di osservazione della cultura di un popolo. Anche qui non mancano le difficoltà, perché i rapporti tra lingua e cultura vanno precisati. A tale proposito ci è utile riferire il pensiero di Antoine Meillet che, con efficace incisività, dice: «Una lingua vale non perché sia l’organo di una nazione, ma in quanto è lo strumento di una civiltà». Il rapporto tra lingua e società si definisce così con chiarezza come rapporto tra lingua e civiltà. La storicità della lingua non ha nulla a che fare con la mitologia nazionalistica o razzistica. La lingua non rappresenta alcuna forma di autocoscienza dell’unità nazionale; per intenderne la storicità occorre riferirla ad una civiltà.

Da questo carattere sociale della lingua scaturisce la nostra analisi: noi vogliamo ragionare sul fatto che l'incontro fra due lingue, come lo stesso passaggio - nella pratica della traduzione - da una lingua ad un'altra, implica sempre, inevitabilmente, anche un confronto tra due culture. Non abbiamo nessuna intenzione di contraddire quanto affermato precedentemente: anzi, teniamo come sicuro che un sistema linguistico non è da se stesso portatore di una visione del mondo; quindi un sistema linguistico, vale a dire una lingua in quanto sistema, non è automaticamente espressione di una cultura.

Tuttavia, se è inammissibile il legame tra una lingua a una precisa maniera di comprendere la vita e il mondo, non è arbitrario sostenere che ogni discorso o ogni testo riflette un determinato punto di vista sulla realtà. E non perché esso è scritto in una determinata lingua, ma piuttosto perché è sempre il prodotto di una persona precisa storicamente situata.

Una lingua, come del resto un testo, ha sempre delle implicazioni culturali con il suo contesto. Questo ci dice che bisogna sempre considerare lo sfondo delle idee e delle concezioni che un popolo eredita dalla propria tradizione; occorre scoprire la "mentalità" di un popolo. La cultura è, infatti, una visione del mondo, ma è anche essa stessa un "mondo". In tal senso, quando si dice che la cultura dell'uomo si misura dalla sua lingua, s'intende anche affermare che lingua e cultura non sono perfettamente sovrapponibili.

Non è questo il momento - evidentemente - di studiare la lingua come struttura sui generis. Si dirà che questa non è ancora linguistica o "nuova linguistica", ma filologia. E la cosa non ci dispiace. Basta precisare l'intento e dichiarare i limiti del nostro procedere. Noi qui consideriamo il contenuto essenziale della linguistica tradizionale (vale a dire la storia linguistica e la comparazione genealogica delle lingue), ponendoci in questa sede come obiettivo non la conoscenza della natura del linguaggio (come invoca la linguistica che pone l'accento sulla lingua in sé, ossia sul mezzo stesso grazie al quale si arriva a conoscere), ma piuttosto la conoscenza dei contatti fra i popoli e delle condizioni sociali e storiche: una conoscenza ottenuta attraverso il linguaggio preso come mezzo.

Qui ci preme richiamare quanto dicevamo nella prima parte, vale a dire che le peculiarità culturali non implicano l'isolamento culturale. Lo studio, delle caratteristiche e delle differenze degli altri popoli facilita molto ogni impresa di comunicazione, di dialogo e di incontro.

3. Questa sembra essere una urgenza all’interno dello scacchiere internazionale. La Libera Accademia delle Lingue Europee ed Orientali, pur nella consapevolezza della sua inezia, nasce per una necessità del mondo e poi per il fatto che l’apertura al Mediterraneo costituisce l’avvenire della nostra terra, poiché da lì veniamo. Ma si può aggiungere anche una considerazione politica a sostegno della nostra tesi: la caduta del muro di Berlino deve essere compresa come una opportunità offerta all’area mediterranea di riappropriarsi della sua centralità. Vogliamo dire che, considerata la nostra posizione nello scenario mediterraneo e constatato lo spostamento del fulcro delle varie attività culturali, economiche, politiche dall’area mittel-europea, si impone un ripensamento del ruolo politico, culturale e, perché no, anche economico del Mediterraneo.

Le implicazioni sono tante e tutte possono offrirci una ricaduta immediata. Ma solo una vogliamo, in questa sede, evidenziarne: la rinascita - o, forse è meglio dire - la riscoperta culturale del Mediterraneo a beneficio di tutta l’Europa. Va, in tal senso, affermato con forza che la nostra matrice culturale non viene da oltre Oceano e che non possiamo offrirci come cavie per la sperimentazione di modelli culturali di scarto. Un altro mare è stato per noi come il liquido amniotico della nostra gestazione, della nostra nascita e della nostra crescita umana, culturale, spirituale. Le origini comuni dei diversi popoli che sono cresciuti sul Mediterraneo e che hanno reso grande il Mediterraneo, pretendono che sia favorito il dialogo culturale perché lì si trovano i fondamenti delle nostre civiltà. E fra l’altro, secondo quanto Vincenzo Cappelletti, vice presidente della Enciclopedia Italiana, ha affermato qualche giorno fa (9-10 dicembre) in un convegno a Vibo Valentia sul recupero della nostra vera identità, «la cultura e le tradizioni classiche rappresentano la matrice principale del pensiero europeo». In quel consesso era messo a tema il ruolo della Magna Grecia nell’Europa mediterranea. E lo stesso Cappelletti ha affermato: «Ciò che rende fortissimo il Mediterraneo sono le sue tradizioni. [...]. Se l’Europa perde il Mediterraneo risulta una Europa parziale e incompleta. [...]. La Calabria - concludeva - si deve aprire alla coscienza della costituzione di una cultura mediterranea che ha dato in passato grandiosi contributi alla cultura europea».

La pretesa della Libera Accademia delle Lingue Europee ed Orientali è quella di contribuire alla riscoperta delle radici culturali comuni dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo. Lo studio delle lingue sarà per noi un pretesto per entrare nelle varie culture dei popoli, giacché - come qualcuno ha affermato - non si impara a parlare una lingua, ma si impara a parlare una cultura.

In questo senso la Libera Accademia della Lingue Europee ed Orientali offrirà la possibilità dello studio dei contesti culturali delle lingue per far prendere coscienza della "distanza" tra le culture. E questo non allo scopo di sottolinearla o, magari, di annullarla, ma solo per presentarla. Ogni tendenza ad annullare la distanza o semplicemente ad attenuarla può esser un attentato contro la specificità, la peculiarità, l'identità stessa di un popolo.

Oltre a questo obiettivo generale, che può essere considerato come l'ampio orizzonte di riferimento, l’Accademia si inserisce in un progetto concreto della Amministrazione Provinciale di Crotone per la costruzione della «Casa della Cultura Mediterranea», nata quale strumento per favorire un processo inter-culturale fra i Paesi del Mediterraneo e per una pacifica convivenza. La nascita della Libera Accademia delle Lingue Europee ed Orientali deve far riscoprire la particolare vocazione di mediazione del nostro contesto provinciale all'interno dei Paesi che gravitano intorno al bacino del Mediterraneo e, nello stesso tempo, deve riaffermare il ruolo di Santa Severina quale città d'arte, di cultura e - aggiungevamo nello scorso mese di luglio - anche di studi.

L'Accademia darà la possibilità a ricercatori, docenti e studenti di risiedere in loco, tra le mura pacifiche dell'ex convento di S. Antonio (capace di accogliere 25 persone), per varie attività scientifiche e didattiche.

La necessità di organizzare seriamente dei percorsi specifici e di redigere in modo compiuto il progetto complessivo, ci ha portati a modulare le attività in tre fasi: la prima prevede la promozione di incontri e conferenze pubbliche per favorire la conoscenza reciproca, la situazione e le tensioni culturali di un determinato Paese; la seconda si propone l'offerta dell'insegnamento della lingua italiana agli stranieri e delle lingue europee ed orientali ai nostri connazionali; la terza fase vedrà l'attivazione a pieno regime dei corsi universitari specializzati per la formazione di almeno tre figure professionali: interprete-traduttore; operatore economico-commerciale-turistico per i paesi del Mediterraneo; addetto alla carriera diplomatico-consolare per i Paesi del Mediterraneo; e l'attivazione di corsi per diploma in tre anni per due figure professionali: addetto culturale per i Paesi del Mediterraneo; e, infine, mediatore linguistico-culturale e facilitatore d'apprendimento nelle scuole pubbliche.

Già, L.a.l.e.o.! Perché questo nome? È facilmente intuibile che si tratta di un acronimo. Ma non è solo questo, giacché, per mantenere questa sigla, si è operata una generalizzazione, quella che definisce alcune lingue "genericamente" come europee ed altre come orientali. Con tale definizione non solo generica, ma anche ardita, si è voluto solo fare riferimento alle aree geografiche all'interno delle quali sono parlate le lingue che a noi interessano: greco, ebraico, arabo letterario, albanese, spagnolo, francese, inglese, tedesco e italiano. Non vogliamo subordinare la classificazione linguistica a quella geografica, convinti come siamo che l’unico sistema di classificazione delle lingue che abbia un valore scientifico innegabile sia quello genealogico, perché è l’unico che sia storico. Ma qui le sfumature sono varie.

Secondo questo criterio empirico e non strettamente scientifico, abbiamo formato una voce del verbo lalein, la prima persona singolare del presente indicativo, che significa "io parlo". Sappiamo bene che non si tratta dei verbi più solenni quali fèmi (che significa "parlare" inteso come affermare, asserire, dichiarare) o lego (verbo che conserva il significato generale del raccogliere contenuto nella radice, per cui può essere reso con: mettere insieme per esporre, dunque "parlare"), ma si tratta di laleo, che per il nostro scopo è più significativo, perché può significare "raccontare", "conversare", "chiacchierare", nel senso positivo di "colloquiare amichevolmente". Dalle nostre frequentazione dei testi biblici, ricaviamo una ulteriore sottolineatura: questo verbo, infatti, è “nobilitato” dall’uso neotestamentario giacché viene utilizzato in Atti 2,1-13 per dire uno degli effetti immediati della Pentecoste, cioè l’inversione della confusione delle lingue descritta a Babele nel testo eziologico di Genesi 11,1-9. Ma fermiamoci alla connotazione che evidenziavamo precedentemente: indicando, infatti, il modo confidenziale e colloquiale del parlare, laleo è un verbo che può essere colto come più prosaico e per questo più "democratico". È il verbo che indica meglio l'incontro.

Quell'incontro indicato pure dal logotipo. Anche in questo caso la lettura immediata porta a capire che si tratta di un occhio. Ma il logo non è un semplice segno, ma un sistema di segni. Scopriamone, dunque, il significato, consci che un segno non è tale per una sua intrinseca esigenza, ma lo diventa unicamente in quanto ci sono dei soggetti che lo riconoscono come tale. Diviene significativo se ci sono soggetti capaci di identificare la cosa di cui esso è segno. Significante e significato sono richiesti insieme e, con ciò, esigono non solo un ideatore ma anche un interprete, agli occhi del quale una data res è significante di altra cosa che diventa così il significato. Per cui, per interpretare come segno una cosa, mettiamo in campo le regole del «gioco semiotico» e decodifichiamo, mentre proviamo l'ebbrezza di «costruire cose con le parole», per usare una felice espressione di J.L. Austin che unifica aspetto noetico e dinamico della parola.

Il logo è costituito da una ellisse, ovvero dalla figura geometrica che indica l'orbita descritta dalla terra che ruota contemporaneamente su se stessa e intorno al sole, nella quale si interseca l'asse astronomico, quello che segna il Nord e il Sud, con una radiale empirica, che è la linea che segna momenti che non appartengono alla natura, ma alla storia (è la linea della storia); il risvolto è polisemico: a seconda delle congiunture spazio-temporali può indicare due periodi, due istituzioni (come quella civile e quella religiosa), due lingue, due popoli, due culture, due civiltà, poste in punti diversi della stessa ellisse.

Al centro di questa ellisse c'è la rosa dei venti che sviluppa nella totalità delle direzioni possibili i punti cardinali che da sempre hanno indicato i quattro angoli della terra in una confluenza ideale verso il centro dove si trova l'occhio, simbolo egizio della conoscenza e del potere, ma che è anche il capovolgimento dell'ideale tipicamente maschile simboleggiato dagli obelischi, per valorizzare l'attitudine femminile della fecondità e, dunque, della terra come madre.

Ma l'ellisse, posta nella piazza di Santa Severina, può essere considerata pure come un tòpos di questo nostro borgo, e noi lo abbiamo voluto riempire di blu, con due gradazioni diverse, che portano a leggere un movimento elicoidale progressivo e, al tempo stesso, indicano lo sguardo onnicomprensivo rivolto dinamicamente verso l'unico e ampio mare, la cui gamma di colori può indicare la diversità arricchente delle tradizioni culturali dei popoli che vi si affacciano.

4. Se è vero che ogni dialogo e ogni forma di incontro e di lavoro comune si realizzano in un contesto di comunicazione già iniziata, atteso che sono già molti i legami tra i vari popoli e le varie culture, e che l'incontro di oggi ha consolidato questa collaborazione e questo scambio, allora si può già affermare che la creazione della LALEO produrrà quegli effetti di senso che nemmeno noi oggi forse siamo in grado di prevedere. Lo dico con le parole del nostro conterraneo, «il calabrese abate Giovacchino, di spirito profetico dotato» (Dante, Paradiso, XII, 140-141). Nel Commento all'Apocalisse (f. 49b) scrive: «Parva verbi scintillula in immensum escrescit». Una parola assai piccola, dunque, abbiamo pronunciato oggi, ma capace di accendere l'immensità del mondo.
Questo è l'augurio

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